Analisi e commento de “La tessitrice” di Giovanni Pascoli. (da I canti di Castelvecchio)

Mi son seduto su la panchetta
come una volta … quanti anni fa?
Ella, come una volta, s’e’ stretta
su la panchetta.

E non il suono d’una parola;
solo un sorriso tutto pietà.
La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,
dolce mio bene, partir da te?
Piange, e mi dice d’un cenno muto:
Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa
tira del muto pettine a se’.
Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perche’ non suona
dunque l’arguto pettine piu’?
Ella mi fissa timida e buona:
Perche’ non suona?

E piange, piange — Mio dolce amore,
non t’hanno detto? non lo sai tu?
Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Si’, morta! Se tesso, tesso
per te soltanto; come, non so:
in questa tela, sotto il cipresso,
accanto alfine ti dormiro’.

Struttura metrica:
tre STROFE di sette versi e una di quattro. Le prime tre sono composte di tre quinari doppi ABAa, CBC (il 2° e il 4° tronchi). Ma le assonanze, le ripetizioni, le riprese aggiungono allo schema ritmico una nuova e suggestiva armonia.

Breve analisi del Testo

V1-2: non rievoca la casa testimone dell’amore antico, ma quella PANCHETTA soltanto, sulla quale sedette accanto alla fanciulla.
V3-4: riaffiora, dal fondo della memoria del poeta, il fantasma di Lei, non l’immagine però del suo viso, ma un gesto (s’è stretta) che denota la sua pudica femminilità. Il quarto verso determina come una sospensione ritmica, dopo la quale s’effondono con un canto, più abbandonato i due seguenti.
V5-6: tutta la lirica è immersa in questo silenzio, appena increspato da parole non pronunciate che riecheggiano nell’anima assorta. SOLO…PIETà: il sorriso suggerisce la memoria dell’amore lontano; ma è divenuto tutto pietà: per la vanità di quel sogno. V7: LA BIANCA SPOLA: non “candida”, come poteva essere rievocata in una fantasia d’amore, ma “bianca” è la mano di una morta. Il gesto (lascia la spola) è la ripetizione di quel antico, quando ella interrompeva il lavoro per ascoltare le parole del poeta. Ma il verso, così isolato dagli altri, dà al gesto un aspetto irreale, fantomatico; è un ripetersi di quel gesto, ma meccanico e senza più vita.
V10-11: la fanciulla riecheggia le parole e il pianto del poeta.E’ un dialogo solo apparente. D’UN MUTO: non parole, ma un’inflessione appena percettibile del viso.
V12-14: E’ forse la terzina più suggestiva: il pettine muto, la spola muta, quel movimento senza rumore, danno veramente il senso della morte, d’un ricordo fatto di gesti uguali ma esangui, di una parvenza funerea di vita; LA CASSA: <<la parte mobile del telaio che contiene il pettine, per cui passano le fila dell’ordito, e con cui si percuotono e si serrano le fila della trama”.
V24-24: la tela tessuta un tempo dalla fanciulla per il lenzuolo nuziale, diviene il sudario dov’ella giacerà si accanto al poeta, ma nella morte, che è vista come un dormire nel sonno del nulla.

Breve commento al Testo

Il ritorno a S. Mauro assume, dunque, un carattere di conclusione, di ritorno alle origini: cioè alla fanciullezza e alla giovinezza infrante delle esperienza sconvolgente della morte. I suoi morti, il poeta che per tutta la vita ha portato in sé, riaffiorano dai gorghi della memoria; il padre, la madre, il suo io fanciullo e la tessitrice di questa poesia, che gli ispirò il primo desiderio d’amore. Ma questi morti non sono ricordo nostalgico e immagine inconsunta di giovinezza, com’è la Silvia leopardiana; sono ombre esili, dipinte d’un vago pallore di fantasmi, d’un colore evanescente eppur quasi fisico di morte: segno d’un angoscia ancora non consumata, d’uno sgomento rimasto vivo nel cuore e nei sensi dalla prima rivelazione del nulla in cui precipita la vita. Così qui il dialogo, ma in realtà monologo, del poeta con la tessitrice, si conclude con un immagine funerea. Ella tesse il funebre sudario, nel quale dormirà con lui un sonno eterno. La rimembranza d’amore culmina in una fantasia di morte: la vita appare un brillare fugace fra abissi d’ombra.

Analisi e commento di “Commiato” di Giovanni Pascoli (Da I canti di Castelvecchio)

Una stella sbocciò nell’aria.
Le risplendé nelle pupille.
Su la campagna solitaria
tremava il pianto delle squille.
—È ora, o figlio, ora ch’io vada.
Sono stata con te lunghe ore.
Tra questi bussi è la mia strada;
la tua, tra quelle acacie in fiore.
Sii buono e forte, o figlio mio:
va dove t’aspettano. Addio!
. . . Venir con te? Ma non è dato!
Sai pure: m’han cacciata via.
Ci fu chi non mi volle allato
nel mondo, così larga via;
chi non permise che, sai pure,
stessi con le mie creature.
. . . Tu venir qui ? Viene chi muore . . .
E tu vuoi dunque venir qui.
Sei stanco: è vero ? Hai male al cuore.
Quel male l’ebbi anch’io, Zvanî!
È un male che non fa dormire;
ma che alfine poi fa morire—
Si chiudevano i casolari.
Cresceva l’ombra delle cose.
Ancor tra i lontani filari
traspariva color di rose.
—Ma dimmi, o madre, dimmi almeno,
se nel tramonto del suo giorno
tuo figlio si deve sereno
preparare per un ritorno!
se ciò che qualcuno ci prende,
v’è qualch’altro che ce lo rende!
Ricorderò quella preghiera
con quei gesti e segni soavi:
tuo figlio risarà qual era
allora che glieli insegnavi:
s’abbraccerà tutto all’altare:
ma fa che ritorni a sperare!
A sperare e ora e nell’ora
così bella se a te conduce!
O madre, fa ch’io creda ancora
in ciò ch’è amore, in ciò ch’è luce!
O madre, a me non dire, Addio,
se di là è, se teco è Dio!—
Sfioriva il crepuscolo stanco.
Cadeva dal cielo rugiada.
Non c’era avanti me, che il bianco
della silenziosa strada.

Centrali, nella sezione dei Canti di Castelvecchio intitolata il ritorno a S. Mauro, sono tre le poesie dedicate all’incontro con la madre, Casa mia, Mia madre e Commiato che ne è la conclusione. Ha qui la rappresentazione di quel colloquio del poeta dei suoi morti, che è materia di molte sue liriche. Le sventure domestiche rimasero sempre per il Pascoli l’emblema dell’inesplicabilità angosciosa della vita, l’espressione della sua ansia tormentosa e insoddisfatta di una fede che giustificasse la morte e il dolore. La conclusione di Commiato, con quel senso di angoscia metafisica, d’un buio implacabile nel quale s’infrangono e domande ansiose sul perché della vita, riconduce all’esperienza centrale, poetica e umana, del Pascoli

METRO: tre quartine di novenari (ABAB) che contengono l’esile trama narrativa della visione e la sua ambientazione fantastica e suggestiva, inframezzate da due gruppi di tre sestine di novenari (ABABCC) che contengono le parole della madre e del poeta. I novenari hanno una misura ritmica e una caduta d’accenti nuova, rispetto alla tradizione, soprattutto nella parte dialogata.

V2. Le: al fantasma della madre, già evocato nelle due liriche precedenti del gruppo. Questa e le altre due quartine sono il momento liricamente più alto della poesia: lo sbocciare d’una stella avviva le pupille della morta, le dà uno slancio alla vita, prima che ella precipiti ancora nel nulla, e il pianto tremulo e mesto delle campane nell’ora di notte, quando si prega per i defunti, aumenta il senso di solitudine e di silenzio della campagna-

v.7-8. Tra..fiore: Ella deve ripercorrere la via del camposanto, segnata dalle piccole siepi di bosso; il figlio deve tornare su quella fra le acacie fiorite, simbolo della vita
v.10: dove t’aspettano: allude alle sorelle
v11. Venir…te: ripete la domanda rivoltale accoratamente dal figlio
v13. e sgg. La madre di Pascoli morì di dolore un anno dopo la morte del marito; anche la sua morte fu dunque implicitamente voluta e causata dall’assassinio del padre del poeta.
V20. Zvanì: diminutivo dialettale del nome Giovanni. Il discorso della madre si svolge su toni teneri e accorati, e inoltre volutamente antiletterari, propri di un’intimità familiare. Anche il ritmo del verso tende a dare il senso d’un parlato…
v.27-44.: La risposta del poeta è un’accorata e quasi disperata invocazione alla madre perché gli ridoni la ingenua fede religiosa che aveva da fanciullo e che ora ha perduto. Essa solo potrebbe dargli conforto, presentandogli la morte come il ricongiungimento con le persone care e rendergli la certezza dell’esistenza di Dio che giustifichi il dolore e la morte.
V28-30: se..ritorno: se, ora che è giunto alla vecchiaia, tramonto della vita, il poeta possa serenamente prepararsi alla morte, sentita come ritorno alle origini dello stesso vivere
V31-32. Il Pascoli pensa ad un’altra vita, nella quale la presente angoscia si riscatti in gioa
V39-40: nell’ora della morte, così bella se riconduce a te
v. 45-48. Quest’ultima quartina, dopo l’ansia di una fede, presente nelle tre strofe precedenti, riconduce il Pascoli all’angosciosa perplessità di fronte al mistero che non s’illumina.

Analisi e commento de “La mia sera” di Giovanni Pascoli. (da I Canti di Castelvecchio)

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.
E’, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Nè io … che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don … Don … E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra …
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era …
sentivo mia madre … poi nulla …
sul far della sera.

Forma metrica: La poesia è composta da 5 strofe di sette novenari e un senario, che termina sempre con la rima tematica “sera”, che rappresenta la parola-chiave della lirica. Le rime sono alternate. Schema: ABABCDCd. I versi 19 e 34 sono ipermetri.
Numerose le figure retoriche: le allitterazioni (es. vv.13-16), le metafore, le personificazioni. Tipicamente Pascoliano vi è l’uso di onomatopee, che abbondano, come, “breve gre gre di ranelle” (v. 4) oppure “allegre renelle” (v.11), “tremule foglie…trascorre leggiera” (vv. 5-6), “tutto…cupo tumulto” (V. 13), “aspra bufera” (v. 14), “fulmini fragili” (v.19), “garrula” (v. 28), “singhiozza monotono un rivo” (v. 12), “Don…Don. E mi dicono dormi! Mi cantano Dormi! Sussurrano Dormi! Bisbigliano Dormi” (vv. 33-35 in questo caso l’onomatopea che riproduce il verso delle campane è subito ripresa a livello fonico dalla ripetizione di Dormi), e infine “voci di tenebra azzurra” ch’è un’onomatopea (voci) unitamente a una sinestesia (l’insieme di due sensi; vista “tenebra azzurra” e udito “voci”), un ossimoro (tenebra azzurra) e una metafora (il suono delle campane indica le voci della morte).

E’ la poesia di una ritrovata infanzia del cuore, all’esperienza di dolore e del male. C’è anche, adombrata sin dall’inizio e più scoperta e insistente nelle ultime due strofe, la vicenda biografica del poeta: la sua sera è la pace ora conquistata, in quella che è ormai la sera del vivere, dopo la tempesta di dolore dei primi anni; una pace che suggerisce spontaneamente il ricordo delle campane che cullavano i suoi sonni nei giorni lontani, e quindi l’immagine di sua madre. Ma questa allegoria non costituisce la parte migliore della lirica, l’appesantisce anzi inutilmente. Il momento poeticamente più alto è costituito dalle prime due strofe, dove il poeta s’oblia nella contemplazione della natura, della soavità della sera, con le sue voci, con la sua tacita attesa di un fiorire di stelle nel cielo. Le frequenti onomatopeie non sono qui una meccanica traduzione fonica dei rumori della sera, ma contribuiscono a creare una vibrazione indefinita, correlata a un senso di gioia in cui palpita ancora l’eco di un pianto. La vera infanzia ritrovata è la poesia come adesione totale alla vita delle cose.

La giornata è stata piena di lampi ma adesso scende la notte , la notte silenziosa (tacite stelle = la scelta di questo aggettivo vuole sottolineare la contrapposizione tra l’immagine dei lampi che hanno sconvolto la giornata e la quiete della sera, ben raffigurata dalla suggestione del cielo stellato). Nei campi si ode il breve gracidio (gre gre = onomatopea; oltre alla voce onomatopeica anche il ripetersi dei suoni r ed e serve a riprodurre il gracidio) delle raganelle (ranelle). Una leggera brezza (gioia leggiera) percorre (trascorre) le foglie facendole vibrare (tremule foglie – allitterazione– il tremolio delle foglie è descritto e reso anche foneticamente dalla ripetizione delle consonanti tr). Durante il giorno, lampi!, boati! La sera la pace! (di nuovo la contrasto giorno/sera, temporale/quiete, rumore/silenzio, metafora della contrapposizione dolore/pace).
Certamente (si devono – all’attesa del v.2 “ora verranno le stelle” è subentrata la certezza perché dopo il temporale viene sempre il sereno) spunteranno le stelle (aprire = le stelle devono sbocciare, quasi come corolle di fiori – analogia) in un prato celeste tenero e vivo (dolce e palpitante di luci stellari – umanizzazione del cielo attribuendogli aggettivi che di solito si riferiscono agli esseri viventi). Là vicino alle rane che gracidano allegre, scorre un ruscello il cui mormorio sembra un pianto (singhiozza = la natura viene umanizzata) monotono (perché sempre uguale). Della violenta tempesta non rimane che un dolce singhiozzo (un dolce singulto – il pianto si va placando e non rimane che una eco smorzata, è il residuo del pianto quando il dolore è già superato).
L’infinita (perché sembrava non aver più fine) tempesta è finita in un mormorio lieve (rivo canoro – il pianto del ruscello è diventato un canto). Dei fulmini fragili (allitterazione – fragili = I fulmini per la loro momentanea durata, il loro breve zig-zag nel cielo, diventano simbolo di fragilità e precarietà. Deriva dal latino fragilis “che si spezza facilmente”, l’accezione è metaforica: tanto rumore e così effimero.) resta solo il loro riverbero dorato e arrossato nelle nuvole (cirri = tipi di nuvole). O stanco dolore, riposa! La nube che appariva, durante il giorno (nel corso della vita) più tempestosa (nera), ora mentre la sera sta per finire (nell’ultima sera – nella vecchiaia) appare come la più rosea (col passare degli anni anche i dolori più forti si addolciscono attenuandosi).
Quante rondini che volano cinguettando nel cielo sereno. La fame sofferta durante la triste giornata (perché durante il giorno a causa del temporale non hanno potuto volare e procurarsi il cibo) rende ancora più lunga e festosa (garrula – allietata dai cinguettii). La porzione di cibo, già piccola (La parte, sì piccola), i piccoli (i nidi – metonimia, il contenente per il contenuto) non l’ebbero intera durante il giorno. E nemmeno io…(Né io – il simbolismo diventa qui apertamente autobiografico e il rapporto tra la vita di Pascoli è la giornata tempestosa di queste rondini diviene manifesto. Anche il Poeta non ha avuto durante la vita una sia pur limitata porzione di felicità), che voli…che gridi (dopo le ansie e i dolori – voli, gridi – ora finalmente con la limpida sera sopraggiunge il sereno), mia limpida sera!
Don … Don …(onomatopea, il suono delle campane serali) voci di tenebra azzurra (i rintocchi delle campane sono le voci del buio della notte, Pascoli le definisce azzurre perché il loro suono si diffonde nel cielo e ne richiama il colore) mi dicono, mi cantano, mi sussurrano, mi bisbigliano (anticlimax dato dalla gradazione discendente del significato dei verbi suggerisce il progressivo scivolare nel sonno) dormi! Mi sembrano ninne nanne (canti di culla) che mi fanno tornare bambino (com’era), sentivo mia madre … poi nulla (riemergono nella memoria del poeta ricordi e impressioni dell’infanzia lontana che lo portano prima alla serenità della prima infanzia e poi al nulla, cioè al sonno/morte)…quando viene sera.

Tema: Scritta e composta nel 1900. In una lettera (15 ottobre 1900 – ad Alfredo Caselli) Pascoli scrisse: “Siamo pieni di tribolazioni! Ne ho guasti i sonni, caro amico! Mi sfogherò scrivendo oggi La mia sera un inetto molto melanconico.”
La mia sera, contenuta nella raccolta I canti di Castelvecchio, racconta di una sera dopo un temporale. Il poeta contempla lo spettacolo della natura rasserenata e rinfrescata dal temporale e in cui pullulano mille vite canore. Per analogia confronta la vicenda naturale con la propria vita, contrassegnata da dolori e lutti, che sembra aver finalmente trovato un po’ di pace. Egli si sente in armonia e si domanda che ne sono dei dolori e delle acerbità del passato. Tutto viene ricondotto al tema del nido, dell’infanzia, caro al Poeta. Il nido, visto come centro di affetti ed di emozioni intime, il legame con la madre, isolano dall’esterno e creano un’atmosfera rassicurante e protettiva.
Si possono distinguere due parti:
• la prima dal verso 1 al 20 che è rivolta a rappresentare la natura rasserenata;
• mentre la seconda è incentrata sulla simmetrica corrispondenza tra la vicenda del giorno, che si è quietamente concluso dopo la tempesta, e la vicenda biografica, con un’analisi sul significato dell’esistenza del Poeta, il quale giunto alla fase conclusiva della vita (“alla sera”) prova un senso di pace e serenità dovuto sia alla lontananza nel tempo dei ricordi sia alla vicinanza dell’idea della morte.
“La sera” viene vista sia sul piano naturalistico come parte del giorno sia sul piano simbolico come parte della vita.

Analisi e commento di “L’uccellino del freddo” di Giovanni Pascoli. (da I canti di Castelvecchio)

Viene il freddo. Giri per dirlo
tu, sgricciolo, intorno le siepi;
e sentire fai nel tuo zirlo
lo strido di gelo che crepi.
Il tuo trillo sembra la brina
che sgrigiola, il vetro che incrina…
trr trr trr terit tirit…
Viene il verno. Nella tua voce
c’è il verno tutt’arido e tecco.
Tu somigli un guscio di noce,
che ruzzola con rumor secco.
T’ha insegnato il breve tuo trillo
con l’elitre tremule il grillo…
trr trr trr terit tirit…
Nel tuo verso suona scrio scrio,
con piccoli crepiti e stiocchi,
il segreto scricchiolettio
di quella catasta di ciocchi.
Uno scricchiolettio ti parve
d’udirvi cercando le larve…
trr trr trr terit tirit…
Tutto, intorno, screpola rotto.
Tu frulli ad un tetto, ad un vetro.
Così rompere odi lì sotto,
così screpolare lì dietro.
Oh! lì dentro vedi una vecchia
che fiacca la stipa e la grecchia…
trr trr trr terit tirit…
Vedi il lume, vedi la vampa.
Tu frulli dal vetro alla fratta.
Ecco un tizzo soffia, una stiampa
già croscia, una scorza già scatta.
Ecco nella grigia casetta
l’allegra fiammata scoppietta…
trr trr trr terit tirit…
Fuori, in terra, frusciano foglie
cadute. Nell’Alpe lontana
ce n’è un mucchio grande che accoglie
la verde tua palla di lana.
Nido verde tra foglie morte,
che fanno, ad un soffio più forte…
trr trr trr terit tirit…

Metro: sestine di novenari e ottonari alternati, chiuse dal ritornello; le rime sono alternate nei primi quattro versi, baciate
negli ultimi due, e seguono lo schema ababcc.

C’è nel Pascoli, e cresce a partire dai primissimi anni del Novecento, la volontà di spersonalizzarsi, di confondersi con la natura, superando le stesse posizioni simbolistiche per giungere alla trascrizione oggettiva della voce delle cose. Ne è un esempio questa lirica del 1904 che, insieme con la partenza del boscaiolo, è una delle due canzoni “uccelline”, considerate allora dal Pascoli come “ i suoi due capolavori”. Qui si parla, sulla scorta dei trattati d’ornitologia che il poeta studiava amorosamente, dello scricciolo, chiamato anche “uccellino del freddo” e con altri nomi, che s’aggira d’inverno presso città e paesaggi e sopra le cataste di legna e fascine. Il suo verso, riprodotto qui in trascrizione fonica immediata sulla scorta di un ornitologo, il Bacchi della lega, preannuncia il tempo invernale e sembra la voce del paesaggio intirizzito, d’un crepitare di cose inaridite nella morsa del gelo. L’interesse del componimento è soprattutto nella sperimentalismo verbale, nell’insistenza sistematica di onomatopee, allitterazioni, con una netta prevalenza di suoni consonanti su quelli vocalici. Vi sono qui degli interni domestici, ma prevalgono le immagini foniche, che compongono come una sinfonia invernale di gelo e vita inaridita.

2. tu, sgricciolo: uccello dei Passeracei che vive solitamente nelle siepi. Il tu ha soprattutto la funzione di spezzare il ritmo
del verso.
3. zirlo: il verso acuto degli uccelli.
4. lo strido… crepi: il suono stridulo come quello del ghiaccio che si fende.
6. sgrigiola: scricchiola.
9. tecco: Pascoli stesso ci segnala che si tratta di un termine della Garfagnana che significa intirizzito.
10. guscio di noce: lo scricciolo con voce romagnola è detto guscio di noce (cocla).
13. elitre: le ali anteriori degli insetti.
15. scrio scrio: espressione toscana per dire puro e semplice; è tuttavia evidente che Pascoli la sceglie soprattutto per la sua
qualità fonica.
16. stiocchi: scoppi; altra voce toscana.
17. scricchiolettio: sostantivo che Pascoli fa derivare da un frequentativo di scricchiolare (scricchiolettare) che non esiste.
20. le larve: gli insetti non ancora divenuti adulti.
22. Tutto… rotto: tutto intorno a te screpola come se fosse rotto.
23. frulli: voli.
27. fiacca… grecchia: che rompe (fiacca) gli arbusti secchi (stipa) e l’erica (grecchia è voce toscana). Di uso letterario è
invece fiacca.
31. stiampa: pezzo di legno da ardere.
32. croscia: cade rovinosamente. – una scorza già scatta: una corteccia si stacca rumorosamente dal tronco.
39. verde… lana: il tuo nido; si allude al fatto che lo scricciolo costruisce un nido a forma di palla e che è verde perché fatto
di muschio.

COMMENTO D’AUTORE

L’uccellino del freddo, appartenente alle cosiddette «canzoni uccelline» e ritenuta da Pascoli un «capolavoro», ha la sua fonte – come segnala lo stesso poeta nelle note alla terza edizione dei Canti di Castelvecchio – in un «vispo libretto di A.Bacchi della Lega, Caccie e costumi degli uccelli silvani», da cui è tratto anche, «con una lievissima modificazione, il verso arido dello scricciolo: trr trr trr terit tirit».
Abbiamo scelto questa poesia come esempio del virtuosismo fonologico pascoliano. Infatti, al di là dell’onomatopea che chiude ogni strofa, il dato che si impone è la scelta lessicale tesa a creare un «tessuto di suoni secchi e di rime aspre (…) in armonia con la stagione rappresentata» (A. Jenni, Pascoli tecnico, in Studi per il centenario della nascita di Giovanni Pascoli pubblicati nel cinquantenario della morte, 3 voll. pubblicati come numero speciale del «Bollettino della Biblioteca Comunale l’Archiginnasio», Commissione per i testi di Lingua, Bologna 1962, p. 11). Si tratta di un procedimento presente anche in altri testi pascoliani per cui la materia fonica della parola viene messa in risalto e posta in relazione col significato attraverso la
duplicazione continua dei suoni. In questo caso però l’artificio è impiegato con una ampiezza eccezionale; per segnalare solo qualche fenomeno ricordiamo l’allitterazione della r nei vv. 1-2, di t e f nei vv. 40-41, di f nel v. 36, di doppie consonanti nei vv. 30-34, fenomeni che si uniscono alla iterazione della r che percorre tutto il componimento; e ancora la disseminazione nel testo dell’onomatopea che riproduce il grido dello scricciolo; le lettere che la compongono sono infatti ripetute con una frequenza innaturale: «freddo», «Giri», «dirlo», «sgricciolo», «intorno», «sentire», «tuo zirlo», «strido», «crepi», «tuo trillo sembra», «brina», «sgrigiola», «vetro», «incrina» (per fermarsi alla prima strofa).
Vediamo così che è la «tematicità fonica» a generare la successione delle parole secondo un disegno che mira a costruire «versi accordati» (cfr. G.L. Beccaria, L’autonomia del significante. Figure del ritmo e della sintassi. Dante, Pascoli,D’Annunzio, Einaudi, Torino 1975) nei quali cioè i suoni si ripetono richiamandosi, versi che nascono più da un’attenzione per i significanti che per i significati. Se infatti consideriamo esempi come «T’ha insegnato il breve tuo trillo / con l’elitre tremule il grillo…» (vv. 12-13) è difficile non pensare che la scelta di legare «trillo» a «grillo» scaturisca dalle possibilità di costruire allitterazioni, trame foniche a partire dai suoni delle due parole. Lo conferma d’altra parte il fatto che spesso in
altri testi Pascoli mette in relazione «grillo»/«trillo» come se si trattasse di un blocco semantico unico mentre è sicuramente il richiamo fonico che fa scattare le analogie.
Ma questa rilevanza del significante va tuttavia interpretata in relazione con gli altri livelli del linguaggio con cui il fenomeno interagisce. La poesia è costruita secondo una successione di strofe ognuna delle quali presenta una situazione legata alla stagione invernale: il freddo, la brina, il ghiaccio che si rompe, il fuoco dentro la casa, ecc. Ogni strofa finisce con dei punti di sospensione che precedono il ritornello; e infatti non c’è una costruzione compiuta, una descrizione della stagione, ma dei frammenti che si aprono su suoni e immagini del tutto consuete, isolate però dall’assenza di un contesto che le contenga. La banalità del tema è neutralizzata da scelte lessicali al di fuori della norma, che allineano frequenti termini dialettali ma
anche invenzioni linguistiche pascoliane. In questo modo il dato tematico si carica di significati non ben definiti, ma comunque inquietanti, perché il paesaggio finisce col non avere né familiarità né realismo e la lingua va verso la non comunicabilità.

In tale costruzione la ricerca di suoni che ripropongono la trama vocalica e consonantica dell’onomatopea acquista quindi un valore non solo mimetico ma allusivo, simbolico, nel senso che è voce misteriosa, testimonianza del lato sconosciuto che si nasconde anche nella quotidianità più consueta. Si veda, per esempio, come questa accentuazione del significante (che per altro è in tutta l’esperienza poetica pascoliana) quando, come in questo caso, è esasperata, porta a una parziale desemantizzazione, nel senso che il significato rimane spesso sopraffatto dai suoni. Si prenda, per esempio, la terza strofa (vv. 15-21) la cui eventuale parafrasi deve necessariamente discostarsi molto dal testo, poiché le singole parole non hanno una loro necessità sul piano del significato, ma su quello del suono, che tuttavia non è il punto d’arrivo della sperimentazione e dell’invenzione linguistica ma uno strumento per arrivare a «dire» i significati misteriosi che abbisognano
di un linguaggio nuovo, in cui non scatti la percezione automatica che lega significante a Significato. «Pascoli ci ha mostrato come egli non sostituisca la forma alla realtà né la imiti semplicemente, ma costruisca una sua realtà formale; e come le riduzioni, le dilatazioni di suoni tematici, gli accordi, i massicci fenomeni ripetitivi, questo rifugiarsi insomma in un proprio mondo verbale, sia un modo per lui di cogliere il misterioso, l’enigmatico, l’inquietante delle cose, sentito con accesa sensibilità»